Host+Host, l’associazione per l’Home Sahring italiana

Si chiama Host+Host, riunisce i proprietari con lo scopo di facilitare la vita dei 200 mila che nel Belpaese affittano e scambiano case. E un imperativo: semplificare l’accesso a regole e normative, che sono diverse di regione in regione

Non solo hotel. Si può viaggiare low cost e avere un comodo letto dove dormire in una vera e propria casa. La chiamano “home sharing”, è la pratica di condividere la propria casa con turisti e viaggiatori che vogliono soggiornare in città per periodi brevi. Per chi ospita è un modo per arrotondare quando si dispone di una camera in più e per conoscere nuove persone. Una realtà che cresce e che chiede ora di essere tutelata dalle istituzioni.

Una realtà in forte espansione. Pur non essendo un’attività professionale, l’home sharing ha un sempre più ampio giro d’affari: nel 2017 quasi otto milioni di turisti hanno scelto questa formula per soggiornare nel nostro Paese, secondo i numeri forniti da Airbnb, la principale piattaforma web che mette in contatto viaggiatori e proprietari. Sono circa 200mila gli “host” registrati con una crescita del 22% nell’ultimo anno. Volano anche le prenotazioni che aumentano del 37%, registrando una permanenza media di 3,6 giorni. Gli host, che hanno un’età media di 45 anni, affittano mediamente per 25 giorni l’anno e ottengono, da questa attività, una rendita di circa 2.000 euro ogni 12 mesi. Anche l’Istat registra una notevole crescita della ricettività extra alberghiera. Nel 2016, gli hotel hanno registrato 90,3 milioni di arrivi (+1,4% rispetto al 2016), mentre le realtà extra alberghiere ne hanno registrati 26,7 milioni (+9,5%). La permanenza media in hotel – secondo le rilevazioni Istat è di poco sotto alle tre notti per cliente, mentre coloro che scelgono l’affitto breve soggiornano per poco più di cinque notti. 

Non solo hotel. Si può viaggiare low cost e avere un comodo letto dove dormire in una vera e propria casa. La chiamano “home sharing”, è la pratica di condividere la propria casa con turisti e viaggiatori che vogliono soggiornare in città per periodi brevi. Per chi ospita è un modo per arrotondare quando si dispone di una camera in più e per conoscere nuove persone. Una realtà che cresce e che chiede ora di essere tutelata dalle istituzioni.

Una realtà in forte espansione. Pur non essendo un’attività professionale, l’home sharing ha un sempre più ampio giro d’affari: nel 2017 quasi otto milioni di turisti hanno scelto questa formula per soggiornare nel nostro Paese, secondo i numeri forniti da Airbnb, la principale piattaforma web che mette in contatto viaggiatori e proprietari. Sono circa 200mila gli “host” registrati con una crescita del 22% nell’ultimo anno. Volano anche le prenotazioni che aumentano del 37%, registrando una permanenza media di 3,6 giorni. Gli host, che hanno un’età media di 45 anni, affittano mediamente per 25 giorni l’anno e ottengono, da questa attività, una rendita di circa 2.000 euro ogni 12 mesi. Anche l’Istat registra una notevole crescita della ricettività extra alberghiera. Nel 2016, gli hotel hanno registrato 90,3 milioni di arrivi (+1,4% rispetto al 2016), mentre le realtà extra alberghiere ne hanno registrati 26,7 milioni (+9,5%). La permanenza media in hotel – secondo le rilevazioni Istat è di poco sotto alle tre notti per cliente, mentre coloro che scelgono l’affitto breve soggiornano per poco più di cinque notti.

Come fare home sharing. Nasce la prima associazione italiana
 
 
Fenomeno nuovo, regole vecchie. Se da una parte l’home sharing sta crescendo notevolmente ed è già oggi una realtà economica consistente, dall’altra per gli “host” le incombenze burocratiche e le difficoltà legislative sono molte. Per questo sta per nascere la prima associazione nazionale dei proprietari che condividono la loro abitazione. Si chiama Host+Host e avrà l’obiettivo di parlare con le istituzioni attraverso una voce sola affinché venga omogeneizzata e resa più snella la normativa su turismo e affitti brevi, eliminando tutte quelle restrizioni che sono proprie delle attività professionali. “Siamo di fronte a un fenomeno economico nuovo, ma che sconta regole vecchie”, spiega Michele Bazzi, uno dei fondatori di Host+Host. Si tratta, infatti, di “un fenomeno che se non viene distorto, ha delle provate esternalità sociali positive. Ci sono genitori che hanno comprato casa a un figlio pagando il mutuo, ma questo è andato a studiare all’estero sei mesi. Come possono pensare di fare un contratto di locazione di quattro anni più altri quattro? Inoltre, fa male dirlo, ma il sistema tutela chi fa il furbo e non paga l’affitto. Ci sono persone che hanno impiegato 12 mesi per avere lo sfratto di un inquilino moroso. E non a caso da quel momento si sono rivolte al mercato turistico, che è a rischio zero di insoluto”.

“Troppa burocrazia”. Ma se da una parte può essere una soluzione a basso rischio per chi ha un immobile sfitto, la normativa è piuttosto complicata. “È difficile definire gli obblighi di legge ai quali sono soggetti gli host”, spiega Bazzi. “Dipende innanzitutto da dove si trova la casa: abbiamo 20 leggi regionali diverse sul turismo, e 8 mila regolamenti comunali. Poi dipende da cosa si vuole fare: bed and breakfast? Locazione turistica? Casa-vacanza? Ogni scelta avrà un regime fiscale specifico. Anche io, prima di iniziare, mi sono dovuto rivolgere allo Sportello Unico delle Attività Produttive, e ben presto ho scoperto che di ‘unico’ ha solo il nome. Non è un caso che tutte le associazioni locali, vedi OspitaMi a Milano e Host Roma e Lazio, tengono corsi per aiutare le persone a mettersi in regola”. A tutto ciò si aggiungono gli adempimenti quotidiani. “Ogni volta che arrivano degli ospiti dobbiamo comunicare gli stessi dati anagrafici a tre enti diversi su tre portali altrettanto diversi: alla Questura, al Comune per l’imposta di soggiorno, e alla Regione a fini statistici. Mezz’ora di tempo per una cosa che la tecnologia di oggi consente di fare in 3 minuti”. Per questo la nascente associazione nazionale punta ad ottenere dalle istituzioni un portale unico entro il 2018. Secondo i fondatori, in questo modo si liberano risorse e sarà più facile per il proprietario mettere a disposizione la sua seconda casa che normalmente rimane sfitta o non utilizzata per vari mesi. “Rappresentiamo un turismo sostenibile”, spiegano i rappresentati di Host+Host, “perché consumiamo di meno, recuperiamo il patrimonio immobiliare non utilizzato e promuoviamo l’artigianato e le attività locali. Per questo vogliamo regole semplici, facili da rispettare”.

L’associazione. Host+Host sarà un’associazione di secondo livello alla quale potranno aderire gli enti di promozione sociale che operano nel settore dell’home sharing. Alle associazioni aderenti, Host+Host garantirà una rappresentanza a livello nazionale, oltre a fornire gli strumenti necessari agli scopi sociali in maniera uniforme in tutta Italia, e assistenza in qualità di incubatore di nuove realtà territoriali. Hanno già aderito a Host+Host l’Associazione Ospitami Ets che opera a Milano e in Lombardia, l’Associazione Host di Roma e Lazio, Local Pal di Bologna. Queste realtà territoriali forniscono assistenza legale agli host anche attraverso corsi di formazione e convenzioni che permettano di usufruire di beni e servizi a prezzo agevolato. Ogni socio, a sua volta, deve mettere a disposizione dei viaggiatori la propria casa senza pregiudizi. L’importante è che sia decorosa, pulita e attrezzata. Inoltre, è tenuto a offrire al proprio ospite informazioni ed esperienze in modo da guidarlo alla scoperta della realtà territoriale e della cultura locale.

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